Lu dialette asculà arusta furia!

3' di lettura 12/08/2013 - E’ chiaro a tutti cosa si intenda per dialetto: la varietà linguistica usata da coloro che abitano in una determinata area geografica. Anche se molti pensano che ‘dialetto’ e ‘lingua’ siano sinonimi, c’è la tendenza a considerare il ‘dialetto’ una varietà della ‘lingua’.

Questo perché il dialetto non viene utilizzato per redimere documenti ufficiali, non è riconosciuto come lingua letteraria non avendo una letteratura propria, oltre al fatto che alla comunità dei locutori della varietà non corrisponde alcuno Stato che riconosca la lingua come propria.

Seppure a volte bistrattato, il dialetto rimane comunque un patrimonio da salvaguardare.

Quando si parla di ‘dialetto ascolano’ ci si riferisce non solo a quello parlato nella città di Ascoli Piceno ma anche nei comuni più prossimi. Pur variando da paese a paese, si possono inserire in tale dialetto tutte le parlate dell’alta valle del Tronto (Venarotta, Palmiano, Acquasanta Terme, Arquata del Tronto, Montegallo, Palmiano, ecc.), di Maltignano, Folignano e della media vallata (Castignano, Castel di Lama, Offida, Spinetoli, Appignano del Tronto, ecc.) che però spesso tendono ad avere delle sfumature più sambenedettesi. L’influenza dell’ascolano però supera anche il confine provinciale, pensiamo a zone come Sant’Egidio alla Vibrata, Ancarano, Controguerra, Nereto e Torano Nuovo.

Lu dialette asculà rientra nel gruppo dei dialetti abruzzesi settentrionali o marchigiani meridionali.

Turisti ignari della complessità di questo dialetto, si trovano spesso in difficoltà nel seguire i racconti di ascolano doc, magari in avanti con l’età.

Difficile insegnare a chi proviene da altre parti d’Italia l’ascolano in poche righe ma proveremo a dare delle piccole dritte: a livello fonetico possiamo segnalare ad esempio la caduta della /g/ intervocalica a inizio di parola, tipo attë (gatto), il troncamento delle sillabe finali -ne e -no in parole come ‘piccione’ pëcció, l’utilizzo di gghj in parole come ‘figlio’ (figghjë), la pronuncia di una s impura come in štùpëdë (stupido) o la modificazione/aggiunta del suono di una vocale per influsso di un’altra, come nel caso di ‘bello’ bjellə.

Interessante soffermarsi un attimo sull’aggettivo possessivo. Esso si trova sempre dopo il sostantivo e non varia nel genere e nel numero, se non nella 1ª e 2ª persona plurale: la casa miè (la mia casa) e lu tëlëfënì tuò (il tuo cellulare) sono due tipici esempi. Quando invece il possessivo si riferisce ad un legame di parentela, si tende ad utilizzare forme contratte: pensiamo a fràtëtë (tuo fratello) o a figghjëma (mia figlia).

Probabilmente però sono gli avverbi ascolani a rendere il discorso più colorito: quelli di luogo (lindana per ‘lontano’ e vëcinë per ‘vicino’), di tempo (dëmà per ‘domani’, mandëmà e massera per ‘stamattina’ e ‘stasera’) e di quantità (nëccò per ‘un pò’ e cosa per ‘niente’).

Inutile a dire inutile a fare, lu dialette asculà, arusta furia!


di Michele Piccioni
redazione@vivereascoli.it
 





Questo è un articolo pubblicato il 12-08-2013 alle 17:59 sul giornale del 13 agosto 2013 - 1916 letture

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