Vivere Ambiente: ecco perché bisogna salvare i lupi, e anche gli allevatori

3' di lettura 24/05/2014 - Il lupo evoca una paura quasi ancestrale, come pochi altri animali sono in grado di suscitare, paura alimentata nei secoli da leggende e racconti.

In realtà, nella maggior parte dei casi, dovrebbe essere il lupo ad aver paura dell’uomo, negli anni Settanta ha infatti rischiato di scomparire per sempre dalle nostre montagne. Nel nostro Paese si contavano solamente 100 esemplari. Grazie ad un efficace sforzo di protezione e a leggi europee di tutela come la Convenzione di Berna, il più grande predatore dei boschi italiani è tornato a ululare in molte zone della penisola.

Tuttavia negli ultimi tempi il travagliato rapporto tra uomo e lupo è tornato di stretta attualità ed è in atto una vera e propria guerra tra allevatori e predatori. L’ultimo episodio si è verificato nelle campagne ascolane, nella zona di Colle San Marco. Nella notte tra lunedì e martedì sembra che dei lupi abbiano ucciso una decina di pecore.

Si tratta dell’ultimo di una lunga serie di attacchi denunciati da alcuni allevatori della zona di Amandola. Ad aumentare la tensione c’è il mancato rifinanziamento del fondo per la copertura dei danni da parte della Regione Marche. Coldiretti fa notare nel 2012 la regione stessa aveva già rivisto al ribasso gli indennizzi per gli animali uccisi, dimezzandoli. In pratica, gli allevatori si vedono rifondere molto meno rispetto al reale valore dell’animale, oltre a dover pagare di tasca propria lo smaltimento della carcassa.

I rimborsi, inoltre, non coprono i danni collaterali causati dalle incursioni dei lupi, come le pecore fuggite, ferite o traumatizzate al punto di abortire e interrompere la produzione di latte. Si teme che gli allevatori continuino a farsi giustizia da soli uccidendo i lupi, episodi già verificatisi nel Parco dei Sibillini e in altre zone di Italia, in particolare in Maremma.

L’uccisione indiscriminata dei lupi, oltre che barbara, non rappresenta però una soluzione. Il lupo è un superpredatore, è autoctono e regola l'ecosistema. Da quando ha la popolazione è cresciuta si è parallelamente normalizzata quella di cinghiali, animali estremamente dannosi per l’agricoltura e il cui numero era in crescita esponenziale. Un ecosistema è “progettato” per autoregolarsi e tutti gli elementi che lo compongono, dai predatori, agli erbivori, fino alle piante, sono connessi. La perdita delle specie all’apice di un ecosistema determina un meccanismo conosciuto come “cascata trofica”, una concatenazione di effetti che dall’alto colpisce tutti i livelli più bassi della catena alimentare. La scomparsa dei predatori causa una crescita incontrollata dei i grandi erbivori e l’aumento non si ferma prima che la vegetazione non sia gravemente impoverita danneggiando, a volte irreparabilmente, boschi e foreste.

La scienza dimostra che le battaglie per la tutela del lupo non sono un capriccio degli ambientalisti, d’altro canto le lamentele degli allevatori sono tutt’altro che prive di fondamento. Per chi basa il proprio sostentamento sulla pastorizia la perdita di capi di bestiame può significare miseria e fame. Sebbene lupi e allevatori siano le due fazioni in conflitto non sono altro che le due facce della stessa medaglia, sono entrambi vittime.

Pur non volendo scadere nel populismo le colpe principali vanno ascritte allo stato e alle amministrazioni regionali. Questi enti hanno il dovere e la responsabilità di tutelare i cittadini e i lupi, che rappresentano un patrimonio per il nostro Paese anche nell’ottica del turismo naturalistico.

La perdita di questo animale rappresenterebbe una sconfitta per l’Italia. Le istituzioni hanno il compito di migliorare e rendere più equo il sistema dei rimborsi agli allevatori, assistendo le aziende pastorali e promuovendo sistemi di prevenzione come le recinzioni elettrificate e l’uso di cani da pastore. Solo così potremo sentire i lupi ululare alla notte ancora a lungo.


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Questo è un articolo pubblicato il 24-05-2014 alle 12:03 sul giornale del 27 maggio 2014 - 2247 letture

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